La perla di Rossano è di colore rosso a caratteri argentei. Viene sicuramente da lontano, ma dimora nella cittadina ionica da così tanto tempo da esserne considerata parte integrante. I più non l’hanno mai vista dal vivo (e probabilmente non la vedranno mai) e molti non ne comprendono a pieno il valore: di cose “antiche” la zona è piena, così piena che non ci sono neppure i soldi per starci dietro…
La perla rossa di Rossano si chiama Codex Purpureus Rossanensis ed è di un manoscritto in lingua greca del VI secolo d.C. con i testi del vangelo secondo Matteo e Marco. Descritto in numeri il codice sarebbe questo: 188 fogli delle dimensioni di 31×26 cm, pergamena rossa, caratteri argentei ( o aurei, per le prime tre righe di ciascun vangelo) e “onciali” (cioe maiuscoli), 15 tavole miniate rappresentanti le scene testamentarie.
Il testo in lingua greca è su due colonne, in scriptio continua (parole non separate) senza interpunzione, accenti, spiriti o abbreviature. Originariamente il Codex conteneva tutti e quattro i vangeli, come si evince dalla miniatura in cui sono riportati i quattro evangelisti; oggi restano i primi due, Matteo e Marco (quest’ultimo con la lacuna 16,14-20), più una lettera di Eusebio a Carpiano.
Il manoscritto viene da lontano, nel tempo e nello spazio. Nel 553 d.C. in seguito alla ventennale guerra gotica i generali Belisario e Narsete conquistano l’Italia in nome dell’imperatore d’Oriente Giustiniano. È tuttavia solo nel Sud che la presenza bizantina è destinata a consolidarsi e a durare nel tempo – in Calabria fino al 1061, anno in cui la regione cade in mano a Roberto il Guiscardo. Rossano si era già arresa al conquistatore normanno nel 1060. Dieci anni dopo l’imperatore d’Oriente perde anche Bari, e la storia di Bisanzio si divide così per sempre dalla nostra, dopo cinque secoli di convivenza e interazione.
Il mondo bizantino è fatto di intensi scambi culturali e religiosi; nel sud Italia l’amministrazione, la lingua, la chiesa e la liturgia risentono fortemente dell’influenza greca. I monaci sono tra i grandi viaggiatori del tempo e così, forse verso il IX secolo (o forse anche prima), alcuni di essi portano il codice a Rossano, che in questo periodo gode di una certa preminenza a livello amministrativo.
Il Codex è però decisamente più antico: viene datato intorno al VI secolo, all’epoca di Giustiniano, e come luogo di origine si pensa alla Siria o comunque l’Oriente mediterraneo. Gli elementi per la datazione e la provenienza sono le sue caratteristiche di base:
-la pergamena rossa, su cui il testo è riportato in argento o oro (crisografia): a partire dal IV sec. d.C. vengono eseguite così le edizioni “di lusso” degli scritti sacri (sia greci che latini)
-l’esecuzione delle miniature: ricorda altri codici dell’area siriaca (anch’essi di tipo purpureo) come quello della Genesi conservato a Vienna e il vangelo di Sinope, conservato a Parigi, entrambi del VI sec. d.C.
-la scrittura, l’onciale (cioè “maiuscola”) greca: è usata nei manoscritti tra il IV e l’VIII sec. d.C.
Nel 1462 al rito greco si sostituisce in Calabria quello latino. Il Codex perde la propria funzione ma continua ad essere custodito a Rossano, nella sua Cattedrale, fino a quando nel 1879 due professori tedeschi, Leopold von Gebhardt und Adolf Harnack, non lo “riscoprono” per il mondo degli studiosi.
Questo tesoretto è rimasto dal 1952 nel Museo Diocesano di Rossano, a diposizione, almeno in copia, di tutti i visitatori e a tutti ben comprensibile nel suo messaggio: testimone dell’attualità del legame tra noi e la cultura greca d’Oriente.
Album Codex Purpureus Rossanensis
Altri manoscritti paragonabili al Codex Rossanensis
(Immagini da wikipedia; diritto d’autore scaduto perché superiore alla durata dei 70 anni)

Codex Sinopensis
VI sec. d.C.

Genesi di Vienna
VI sec. d.C.

inizi VI sec. d.C.
Londra VI-VII sec. d.C.
Londra VI-VII sec. d.C.
Codex Beratinus
VI sec. d.C.
Codex Beratinus
VI sec. d.C.